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		<title>Parole in Podcast</title>
		<itunes:author>Paola Musa</itunes:author>
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		<description>Pubblico con questo servizio poesie, racconti e inediti in formato audio mp3.
Servizio fornito da www.marcomichelangeli.it</description>
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		<copyright>Paola Musa</copyright>
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		<category>Poetry</category>
		<itunes:category text="Arts &amp; Entertainment">
			<itunes:category text="Poetry" />
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		<item>
			<title>L'angelo sterminatore, una poesia di Paola Musa.</title>
			<itunes:author>Paola Musa</itunes:author>
			<description>Lo spronai a seguirmi
e a guardare meglio
prima che ubbidisse al cielo.

L’angelo sterminatore
ripose lo sguardo omicida nella guaina
e incrociò le braccia per diniego.

Siamo adirati per tanta iniquità,
mi disse. Perché guardare  
ciò che poi avrà fine?

Ma intanto camminava.
Aveva il passo claudicante
troppa polvere agli occhi
schegge di vento in ali chiuse.

Varcando le porte del villaggio 
un silenzio di pietra lo investì.
Vide le donne chine sulla soglia
qualche vecchio morente
frotte di bambini incuriositi.  

Stette. Dalla notte dei tempi
il suo potere divino
non contemplava la pietà.

Stette. Diventò statua
quando i più piccoli
osarono toccarlo.

Poiché non disse nulla
il nulla lo inghiottì con gli altri
nell’improvviso boato 
di un ordigno umano.</description>
			<itunes:subtitle>Una poesia inedita di Poala Musa.</itunes:subtitle>
			<itunes:summary>Lo spronai a seguirmi
e a guardare meglio
prima che ubbidisse al cielo.

L’angelo sterminatore
ripose lo sguardo omicida nella guaina
e incrociò le braccia per diniego.

Siamo adirati per tanta iniquità,
mi disse. Perché guardare  
ciò che poi avrà fine?

Ma intanto camminava.
Aveva il passo claudicante
troppa polvere agli occhi
schegge di vento in ali chiuse.

Varcando le porte del villaggio 
un silenzio di pietra lo investì.
Vide le donne chine sulla soglia
qualche vecchio morente
frotte di bambini incuriositi.  

Stette. Dalla notte dei tempi
il suo potere divino
non contemplava la pietà.

Stette. Diventò statua
quando i più piccoli
osarono toccarlo.

Poiché non disse nulla
il nulla lo inghiottì con gli altri
nell’improvviso boato 
di un ordigno umano.</itunes:summary>
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			<pubDate>Tue, 10 Sep 2008 15:13:02 +0100</pubDate>
			<category>Poetry</category>
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		</item>
		
		<item>
			<title>Il bacio, una poesia di Paola Musa.</title>
			<itunes:author>Paola Musa</itunes:author>
			<description>Dal pensiero alla carne
dal movimento all'attrito
dal diviso all’uno,
essere e perdersi.
La vertigine traboccante di vuoto 
sulle labbra dell’altro,
certo.
Il  bacio è antefatto di diaspore,
di cellula in cellula,
da muscolo a muscolo, migrando
nel cosmo del corpo, incessante dissolversi,
per separarsi ancora.
E' danza di labbra oblique, disposte a croce,
varcanti le gole di altari segreti
sedimentati alla vita.
Il bacio  è preludio di corpi
ricolmi d’attesa dell’altro
disperso altrove, 
nella creazione.
Con le bocche rilucenti e accecate
con le mani ansiose e rapaci
col piacere svettato in assenza
l'indivisibile invano cercando,
non sapendo l’Uno.</description>
			<itunes:subtitle>Una poesia inedita di Poala Musa.</itunes:subtitle>
			<itunes:summary>Dal pensiero alla carne
dal movimento all'attrito
dal diviso all’uno,
essere e perdersi.
La vertigine traboccante di vuoto 
sulle labbra dell’altro,
certo.
Il  bacio è antefatto di diaspore,
di cellula in cellula,
da muscolo a muscolo, migrando
nel cosmo del corpo, incessante dissolversi,
per separarsi ancora.
E' danza di labbra oblique, disposte a croce,
varcanti le gole di altari segreti
sedimentati alla vita.
Il bacio  è preludio di corpi
ricolmi d’attesa dell’altro
disperso altrove, 
nella creazione.
Con le bocche rilucenti e accecate
con le mani ansiose e rapaci
col piacere svettato in assenza
l'indivisibile invano cercando,
non sapendo l’Uno.</itunes:summary>
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			<pubDate>Tue, 10 Sep 2008 15:13:02 +0100</pubDate>
			<category>Poetry</category>
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		</item>
		
		
		<item>
			<title>A un passo dal confine, un racconto di Paola Musa.</title>
			<itunes:author>Paola Musa</itunes:author>
			<description>Da: A un passo dal confine

(...) Il furgoncino si fermò di nuovo. Corina intuì, dagli odori recentemente carpiti dall’esterno, che ci si trovava in aperta campagna. C’era odore di benzina però, di molte auto. Mariana si svegliò di soprassalto una volta ancora, sentendo qualcuno che apriva le ante del furgoncino. Corina non si era sbagliata, era appena giorno. Cercò di sollevare affettuosamente la sua amica, mentre il trasportatore faceva loro cenno di scendere alla svelta coi loro bagagli. Era un luogo di smistamento. Stavano accalcando più ragazze provenienti da altre regioni in un unico furgone più grande. Corina le guardò bene, una per una, quelle ragazze, provando più pena per loro che per se stessa. Lei aveva già perso altrove la sua verginità di spirito, ma loro…si guardavano a vicenda, meravigliate di una meraviglia malata, solitaria, avvizzita.  Sgualcite come i loro vestiti, con le occhiaie di chi ha dormito troppo, per non dover vegliare sull’orrore imminente. Le fecero allineare, due gruppi da cinque, frontalmente. Un uomo, il più grosso, imprecò e minacciò che se avessero osato ribellarsi le avrebbero uccise. Un altro, più giovane, che assomigliava tanto al suo Mihail, le legò insieme con una corda. Non c’era neanche più bisogno di minacciarle, ma solo a Corina fu evidente questo: che nessuna ribellione sarebbe stata possibile, perché fino ad allora tutte si erano rifiutate deliberatamente di guardare la realtà. Corina fece alle ragazze un sorriso appena percettibile, che voleva essere una carezza, un conforto, un sostegno. Ma a loro sembrò solo una smorfia di dolore. 
Poi tutto ritornò buio, a un passo dal confine.</description>
			<itunes:subtitle>Un brano inedito di Poala Musa tratto dal racconto &quot;a un passo dal confine&quot;.</itunes:subtitle>
			<itunes:summary>Da: A un passo dal confine

(...) Il furgoncino si fermò di nuovo. Corina intuì, dagli odori recentemente carpiti dall’esterno, che ci si trovava in aperta campagna. C’era odore di benzina però, di molte auto. Mariana si svegliò di soprassalto una volta ancora, sentendo qualcuno che apriva le ante del furgoncino. Corina non si era sbagliata, era appena giorno. Cercò di sollevare affettuosamente la sua amica, mentre il trasportatore faceva loro cenno di scendere alla svelta coi loro bagagli. Era un luogo di smistamento. Stavano accalcando più ragazze provenienti da altre regioni in un unico furgone più grande. Corina le guardò bene, una per una, quelle ragazze, provando più pena per loro che per se stessa. Lei aveva già perso altrove la sua verginità di spirito, ma loro…si guardavano a vicenda, meravigliate di una meraviglia malata, solitaria, avvizzita.  Sgualcite come i loro vestiti, con le occhiaie di chi ha dormito troppo, per non dover vegliare sull’orrore imminente. Le fecero allineare, due gruppi da cinque, frontalmente. Un uomo, il più grosso, imprecò e minacciò che se avessero osato ribellarsi le avrebbero uccise. Un altro, più giovane, che assomigliava tanto al suo Mihail, le legò insieme con una corda. Non c’era neanche più bisogno di minacciarle, ma solo a Corina fu evidente questo: che nessuna ribellione sarebbe stata possibile, perché fino ad allora tutte si erano rifiutate deliberatamente di guardare la realtà. Corina fece alle ragazze un sorriso appena percettibile, che voleva essere una carezza, un conforto, un sostegno. Ma a loro sembrò solo una smorfia di dolore. 
Poi tutto ritornò buio, a un passo dal confine.</itunes:summary>
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			<pubDate>Tue, 26 Feb 2008 15:13:02 +0100</pubDate>
			<category>Poetry</category>
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		</item>
		<item>
			<title>Canti di paese, una poesia di Paola Musa</title>
			<itunes:author>Paola Musa</itunes:author>
			<description>Canti di Paese

Cara Irma, da quando mi hai lasciato
la cucina si è incrostata di caffè
il pavimento è diventato il calendario 
dei miei giorni di Alzheimer,
nessuno che cancelli il tempo andato.

Irma cara, ti avevo promesso
il ritorno in paese, un piccolo orto
e una pensione operaia,
ma tu cocciuta te ne sei andata prima
non c’era robustezza ma solo volontà
nel tuo corpo invecchiato.

In questo alveare morirò, accostato
al pane che mi restituisce in briciole
questa grande città, non l’abbiamo
mai amata ma ci ha dato i figli
che ora mi visitano come si visita 
una tomba, ogni domenica 
o anche il martedì, quando va bene.
Io vado e vengo, soprattutto aspetto,
coi miei compari di panchina
che la morte si allontani,
e quando torno a casa, sull’ascensore,
se salgo con qualcuno non voglio salutare 
e mio malgrado un braccio tremante mi tradisce.
A volte in questo immenso rifugio di cemento
vedo corpi di donne ma sono uomini,
a volte hanno un colore oscuro o acerbo
a volte portano il velo o strani cesti
e non so se sono donne o uomini.

Forse sono solo i miei fantasmi,
Irma cara. Mi visitano nelle ultime ore
abitando oltre questa parete
da cui salgono i canti sconosciuti
di chissà quale paese ignoto
cui non faranno ritorno, come noi.</description>
			<itunes:subtitle>Una poesia inedita di Poala Musa.</itunes:subtitle>
			<itunes:summary>Canti di Paese

Cara Irma, da quando mi hai lasciato
la cucina si è incrostata di caffè
il pavimento è diventato il calendario 
dei miei giorni di Alzheimer,
nessuno che cancelli il tempo andato.

Irma cara, ti avevo promesso
il ritorno in paese, un piccolo orto
e una pensione operaia,
ma tu cocciuta te ne sei andata prima
non c’era robustezza ma solo volontà
nel tuo corpo invecchiato.

In questo alveare morirò, accostato
al pane che mi restituisce in briciole
questa grande città, non l’abbiamo
mai amata ma ci ha dato i figli
che ora mi visitano come si visita 
una tomba, ogni domenica 
o anche il martedì, quando va bene.
Io vado e vengo, soprattutto aspetto,
coi miei compari di panchina
che la morte si allontani,
e quando torno a casa, sull’ascensore,
se salgo con qualcuno non voglio salutare 
e mio malgrado un braccio tremante mi tradisce.
A volte in questo immenso rifugio di cemento
vedo corpi di donne ma sono uomini,
a volte hanno un colore oscuro o acerbo
a volte portano il velo o strani cesti
e non so se sono donne o uomini.

Forse sono solo i miei fantasmi,
Irma cara. Mi visitano nelle ultime ore
abitando oltre questa parete
da cui salgono i canti sconosciuti
di chissà quale paese ignoto
cui non faranno ritorno, come noi.</itunes:summary>
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			<pubDate>Tue, 26 Feb 2008 15:11:36 +0100</pubDate>
			<category>Poetry</category>
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			<title>Il Fioraio, una poesia di Paola Musa</title>
			<itunes:author>Paola Musa</itunes:author>
			<description>Il fioraio

Accanto alla via del cimitero
mi apparecchio due volte a settimana
un piccolo negozio sul fiorino

ho crisantemi, dalie, margherite,
ogni colore per anime ferite.

Ma se potessi, Rosita, 
fiore sbiadito che per la strada
fai la vita, li donerei soltanto a te
che nei giorni d’inverno
sembri una foto su un altare
e ti tremano i fianchi da far male.

Che se ne fanno i morti, di quei fiori,
perché non vedono i passanti che tu muori
accarezzando un corpo sconosciuto
 
ti sposerei, ma tu non hai voluto.

E allora vago all’imbrunire in questo coro,
parlo coi volti affissi su una lapide,
mi confido con loro, che sembrano capire.

L’attesa qui è un silenzio senza fine.

Rosita, vieni a casa, due stanze con balcone,
io non guadagno molto ma per te potrei rubare
toglimi i fiori che non riesco a respirare.

Vieni Rosita, si può ricominciare.
L’hanno detto anche i morti che soli si sta male.
</description>
			<itunes:subtitle>Una poesia inedita di Poala Musa.</itunes:subtitle>
			<itunes:summary>Il fioraio

Accanto alla via del cimitero
mi apparecchio due volte a settimana
un piccolo negozio sul fiorino

ho crisantemi, dalie, margherite,
ogni colore per anime ferite.

Ma se potessi, Rosita, 
fiore sbiadito che per la strada
fai la vita, li donerei soltanto a te
che nei giorni d’inverno
sembri una foto su un altare
e ti tremano i fianchi da far male.

Che se ne fanno i morti, di quei fiori,
perché non vedono i passanti che tu muori
accarezzando un corpo sconosciuto
 
ti sposerei, ma tu non hai voluto.

E allora vago all’imbrunire in questo coro,
parlo coi volti affissi su una lapide,
mi confido con loro, che sembrano capire.

L’attesa qui è un silenzio senza fine.

Rosita, vieni a casa, due stanze con balcone,
io non guadagno molto ma per te potrei rubare
toglimi i fiori che non riesco a respirare.

Vieni Rosita, si può ricominciare.
L’hanno detto anche i morti che soli si sta male.
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			<category>Poetry</category>
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